Riforma del lavoro: come funziona e cosa prevede

Ecco in cosa consiste la riforma del lavoro realizzata dal governo Renzi

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Il governo guidato da Matteo Renzi ha delineato un nuovo programma di riforme che interessano il mercato del lavoro e il Welfare. Il precedente intervento risaliva al Governo Monti (con Elsa Fornero ministro) e a quello Letta (con Enrico Giovannini ministro), che operò modifiche e integrazioni.

Vediamo nel dettaglio il Ddl Riforma Lavoro e il Jobs Act, costituito dal Decreto Lavoro Poletti (Decreto-legge 34/2014) e il Ddl Delega Lavoro.

Le principali novità riguardano il contratto a tutele crescenti e l'abolizione dell'articolo 18, già operativi entrambi.

Tutti i nuovi dipendenti di un'azienda saranno assunti con il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, tutele che cioè cresceranno in relazione all'anzianità di servizio. Chi lavora con i contratti a progetto verrà inserito in una "gestione transitoria", al termine della quale verrà - teoricamente - assunto con la nuova forma contrattuale (con esonero contributivo per l'azienda, previsto dalla legge di stabilità). In soldoni, dal primo gennaio 2016 i co.co.pro dovranno trasformarsi in rapporti di lavoro subordinato.

Per quanto concerne i contratti a tempo determinato il limite entro il quale il datore di lavoro non è tenuto ad indicare le ragioni tecniche, organizzative, produttive o sostitutive che rendono legittimo l’apposizione di un termine al contratto del suo dipendente è di 36 mesi, con un massimo di 5 proroghe. Fermo restando che per un datore di lavoro il numero dei contratti a tempo determinato rispetto a quelli a tempo indeterminato non può superare il 20% (in caso contrario si applicano sanzioni amministrative).

Il reintegro resterà per i lavoratori licenziati per motivi discriminatori; in realtà sarà possibile anche il reintegro per i licenziamenti disciplinari, ma limitato ad alcune fattispecie con l'obiettivo di ridurre al minimo la discrezionalità dei giudici. Per i licenziamenti economici che saranno considerati illegittimi resta invece solo l'indennizzo (la quantificazione però non è più affidata alla discrezionalità del giudice ma è rigidamente ancorata nel suo importo alla anzianità di servizio del lavoratore).

Sarà più semplice far passare il lavoratore da una mansione all'altra: questa novità di fatto favorisce il demansionamento, in caso di riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale.

Per quanto concerne la cassa integrazione (il decreto è stato approvato definitivamente l'11 giugno scorso), la sua durata è fino a 24 mesi, con possibilità di aggiungerne altri 12 (per un massimo di 36) in caso di contratti di solidarietà. Ne potrà usufruire anche chi ha un contratto di apprendistato professionalizzante. Non si potrà più autorizzare la Cig in caso di cessazione definitiva di attività aziendale.

Si riduce l’aliquota pagata dalle aziende per il suo finanziamento: dall’1,90% all’1,70% per le imprese fino a 50 dipendenti; dal 2,20% al 2% per quelle sopra i 50 addetti; dal 5,20% al 4,70% per l’edilizia. Viene introdotto un contributo addizionale legato all'utilizzo effettivo degli ammortizzatori sociali, pari al 9% della retribuzione persa per i periodi di cassa (cumulando Cigo, Cigs e contratti di solidarietà) fino a un anno di utilizzo nel quinquennio mobile, al 12% sino a due anni e del 15% sino a tre. Tradotto significa che le aziende che usano di più la Cig pagheranno un’addizionale più alta.

Tra i nuovi decreti attuativi anche quello sui Fondi di solidarietà bilaterali: a beneficiarne saranno tutti i settori che non sono coperti dalla cassa integrazione nelle imprese con almeno cinque dipendenti. Inoltre, da gennaio 2016 nasce il Fondo di integrazione salariale (prestazioni di solidarietà per 12 mesi) finanziato dalle imprese: aliquota dello 0,45% della retribuzione se hanno meno di 15 dipendenti, dello 0,65% se ne hanno di più.

Cambia anche l'estensione del congedo parentale, da 3 a 6 anni e da 8 a 12 anni di età del bambino dell’arco temporale entro cui mamme e papà possono beneficiarne di quello retribuito al 30% e di quello non retribuito.

Infine istituita l’Agenzia dell’ispettorato del lavoro e dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro.

Resta ancora aperta la questione del salario minimo.

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