Che cos'è una piccola media impresa?

Una media impresa deve avere meno di 250 dipendenti, una piccola meno di 50 e la micro una decina. Idem per il fatturato. 50, 10 e 2 milioni di euro sono i tre parametri che servono a definire i pilastri che tengono in piedi le Pmi europee e italiane. Ma bastano qusti parametri per darne una definizione?

A parole è molto semplice. Per definire una piccola media impresa basta prendere i parametri, approvati nel 2005 dall’Unione Europea, stenderli lungo la nostra penisola ed ecco che il perimetro emerge da sé. Una media impresa deve avere meno di 250 dipendenti, una piccola meno di 50 e la micro una decina. Idem per il fatturato. 50, 10 e 2 milioni di euro sono i tre parametri che servono a definire i pilastri che tengono in piedi le Pmi europee e italiane. Uno steccato che serve alle norme e alle leggi per mappare l’economia reale e al sistema per tracciare i benchmark finanziari. Un modo numerico, insomma, per far parlare aziende e banche con lo stesso linguaggio.

pmi

I numeri


Ma i numeri per un Paese come l’Italia sono spesso insufficienti a comprendere il perimetro culturale delle aziende. Infatti oltre il 70% dei dipendenti italiani lavorano in aziende con meno di 200 dipendenti e il 53% in imprese con fatturati assimilabili a quelli delle piccole aziende. Di conseguenze creare una definizione che finisce col mettere insieme la stragrande maggioranza dei soggetti produttivi rischia di non definire alcunché. In realtà sebbene si tratti di un concetto praticamente intuitivo la sua applicazione pratica si presenta piuttosto articolata laddove si superi il mero attributo dimensionale e si voglia fare dell’idea di Pmi un archetipo di organizzazione e di funzionamento. Le soglie dimensionali possono completamente sballare il confronto e lo stesso argomento vale per il capitale investito. Come voler assimilare un’impresa edile con un produttore di bottoni. Venti milioni di euro di fatturato annuo rappresenterebbero nel primo caso i ricavi di un’attività di piccole dimensioni, mentre nel secondo caso presenterebbero una realtà produttiva complessa che si è venuta a formare con la vendita di prodotti a basso valore aggiunto. Quasi delle commodity.

Eppure in giro per il mondo i mercati conoscono l’Italia e apprezzano il nostro manifatturiero famoso per essere il figlio, più che il prodotto, delle Pmi tricolore. Dal di fuori l’insieme delle piccole e medie aziende torna a essere indistinto, quasi un unicum perché ne viene colta la capacità di creare prodotti nuovi. Belli. Di design e soprattutto fascino. Viene colta la capacità che le Pmi italiane hanno di ragionare trasversalmente. Spesso al di là degli schemi. Un valore aggiunto importantissimo che è diventata la nostra bandiera in giro per il globo. Alle Pmi che però restano dentro i confini del Belpaese tocca però affrontare ala quotidianità. E anche su questo fronte si possono trovare elementi in comune nel mare magnum della definizione. Necessità di ottimizzare i processi, gestione finanziaria con ruoli precisi e distinti. Separazione tra management e proprietà. Non è solo una questione di chiarezza nella gestione relativa ottimizzazione dei flussi, si tratta anche di imbastire un processo interno il più possibile lineare in modo da creare un approccio semplice e produttivo al grande tema della liquidità e del credito. Non tanto e non solo quello bancario, ma soprattutto quello proveniente da fondi e gare pubbliche. Troppo spesso occasioni che restano inespresse per le Pmi.

Le opportunità


Un esempio su tutti: i mini bond. Per i quali serve sicuramente una struttura interna evoluta. Si tratta di una forma di finanziamento per Pmi non quotate in Borsa e prive di rating introdotto dal decreto Sviluppo 2012 e alternativo a quello delle banche. Esiste la possibilità di emettere obbligazioni, titoli di debito e cambiali finanziarie. Un mercato in lenta crescita che potrebbe rivelarsi però molto interessante e utile alle aziende.

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